Lettera dalla Danimarca. Lezioni di libertà, II.

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di Paolo L. Bernardini

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Il tassista pakistano che mi porta dall’aeroporto – splendido, e pieno di delizie culinarie, a partire dalla liquirizia LAKRIDS del giovane imprenditore Johan Bülow, per finire con una raffinata e costosissima steakhouse con carni uruguaiane – al porto mercantile, sembra essere felice di vivere a Copenhagen, per quanto tradisca un pochino di nostalgia, come è naturale, per il suo tormentato Paese. Indubbiamente, e si comprende bene passeggiando per la capitale, questo ponte tra Europa e Scandinavia, questo festival perenne del design, questa sede di università prestigiose, riserva al suo milione di abitanti, quanti Glasgow, o Dublino, visitate da me entrambe nel medesimo viaggio, un’alta qualità di vita.

Sorprende un liberale classico come me la posizione della Danimarca, un paese che ha l’aliquota massima di tassazione individuale al 56% (!), nello Index of Economic Freedom 2013: al nono posto dopo la piccola Mauritius, e il colosso USA. Eppure, in tutti gli altri parametri della libertà economica questa socialdemocrazia eccelle, e garantisce comunque ai suoi abitanti un reddito pro-capite di circa 37.000 USD, il 20% di più di quello italiano, nonostante la crisi del 2008 si sia fatta sentire eccome, e non ostante, come l’Italia (anche se in misura nettamente minore) la Danimarca soffra di una immigrazione assai forte. La Primavera araba ed i nefasti avvenimenti in Siria ed Egitto più recenti fanno comprendere come il problema sia destinato solo a crescere.

Nel volo della mia fantasia, ma forse non solo in quello, associo la storia danese a quella veneta. Recente, e meno. Recente: la Danimarca ha circa 5.4 milioni di abitanti, il Veneto circa 4.9. L’estensione territoriale danese è oltre il doppio di quella veneta, una proporzione molto diversa ad esempio rispetto a quella tra Veneto e Scozia. Inoltre, la maggior parte delle industrie danesi, come in Veneto, sono piccole o medie, molte piccolissime. Come dovrà fare il Veneto libero, la Danimarca ha puntato moltissimo sulle energie alternative, e rinnovabili. Non ha il nucleare, né verosimilmente ormai più lo avrà. E’ un Paese attentissimo all’ambiente. Non stupisce che le varie classifiche su dove è meglio nascere, vivere, e magari anche morire la mettano sempre tra i primi posti.

Ma in qualche modo anche la storia accomuna la Danimarca al Veneto. La lingua danese è parte della famiglia delle lingue germaniche, e parlata solo in Danimarca (e nei resti dell’Impero danese), lo stesso il Veneto, parte della grande famiglia delle lingue romanze, e parlato in Veneto, ma anche in parte del Trentino, in Istria e Dalmazia, tra gli emigrati veneti in tutto il mondo. Al pari di Venezia, la Danimarca aveva un impero, ma, al contrario di Venezia, non ha mai cessato di essere indipendente. Solo, in qualche modo, e non troppo dolorosamente, si è ristretta, perdendo l’Islanda (per referendum) nel 1944, rischiando di perdere, in un altro controverso referendum, le Faroe Islands (dove si recarono i fratelli Zen nel tardo Trecento, veneziani), e cedendo progressivamente sovranità in Groenlandia, terra vicina ormai alla completa indipendenza. Era un impero che si estendeva perfino ai Caraibi, con le Antille Olandesi dal 1814 al 1917 saldo dominio della Corona, poi cedute agli USA (l’ultima ad essere ceduta, Water Island, nel 1944). La Danimarca sembra non soffrire eccessivamente della perdita di questo impero. Le Faroe Islands, dal 1948, godono di amplissima autonomia, ma vi sono tendenze sempre più forti verso l’indipendenza, almeno a partire dal tentativo costituzionale del 2011. Vi abitano 50.000 persone. Il loro reddito procapite è solo del 10% inferiore a quello danese (e del 10% superiore dunque a quello medio italiano).

Per quanto non incontri la mia personale simpatia, la “real socialdemocrazia” danese funziona. Mostra bene come possa prosperare, e resistere alla crisi, un piccolo stato ben amministrato, fierissimo delle proprie tradizioni, una delle ultime monarchie europee, capace di collegare non solo fisicamente culture diverse, di trarre svariati benefici dall’adesione, del 1973, alla Comunità europea, senza però rinunciare alla propria valuta.

Non è il mio modello di futuro per il Veneto libero, ma potrebbe ben esserlo per molti, legati all’idea di welfare esteso, e di forte statalismo però in assenza dei mali orribili della corruzione, della burocrazia, del regime di privilegio che in Italia ben conosciamo. Finito l’incubo sovietico e maoista nel sabba infernale di 100 milioni di morti, non è questa la realizzazione di un socialismo, vulgo statalismo, “dal volto umano”? O ne esistono altre? Ditemi voi o intellettuali organici, o idolatri del culto democratico, se ancora esistete e, posto che lo abbiate mai fatto, pensate?

Lascio Copenhagen lieto di essermi, ancorché brevemente, immerso in una terra che tanto diede, ad esempio, con quella figura stellare di Ludvig Holberg, al secolo che mi è più caro, il Settecento. La libertà può declinarsi in vari modi, come la tirannia, del resto.

Una replica a “Lettera dalla Danimarca. Lezioni di libertà, II.”

  1. lorenzo ha detto:

    Hanno tenuto un comportamento troppo lassista nei confronti dell’immigrazione, specialmente quella non integrabile proveniente da paesi islamici. Ora pagano pegno. Recente decisione di sospende Schengen.

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