Lettera dalla Scozia. Lezioni di libertà, III.

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Di Paolo L. Bernardini

inverness

                  Entrare in Scozia dalla porta secondaria del porto petroli di Invergordon può non essere il migliore degli esordi. Si tratta di una cittadina un pochino desolata, non tocca dal beneficio del Mostro, che invece grazia le sponde di Inverness, dove il lago (Loch) ospita il terribile animale. Forse la sua migliore versione è quella che ne diede in un mirabile film del 1970 Billy Wilder, “La vita privata di Sherlock Holmes”, opera fascinosa e sfuggente, sottilmente malinconica. Da Invergordon si raggiunge la gradevole Inverness, che non abbisogna alla fine di mostri fittizi per mostrarsi graziosa e accogliente città della provincia nordica, piena di ponticelli e passeggiate tra il verde, con il celebre castello a vegliarne il destino.

Non ci sono segni evidenti dell’accadimento prossimo venturo, il referendum del 18 settembre 2014, che cambierà, anzi ha già cambiato, per il solo fatto di essere stato deliberato, le sorti dell’Europa (forse, enfaticamente, mi verrebbe da dire, del mondo). Le cambierà, indipendentemente dal suo esito, ovviamente, come ormai è chiaro, come ormai temono i governi di Spagna e d’Italia, e non parlandone (ordinando alla stampa serva di non parlarne), cercano, con un’ingenua e pericolosissima rimozione, di cancellarlo dalla Storia. Ma nulla più del rimosso ritorna, accresciuto in foga e potenza distruttiva. Rimuovere non vuol dire cancellare. Si sa. E’ vero piuttosto il contrario.

Che si voterà però lo sanno tutti, è un “fait accompli”, non crea gran scandalo. Creerebbe maggior scandalo se il referendum non fosse stato convocato, ma un simile autogol Cameron se lo è brillantemente evitato. Siamo lontani dai centri pulsanti di Scozia, la ricca Glasgow, la dotta Edimburgo, e la vita di provincia scorre tranquilla, il Mostro prima o poi apparirà, magari con il faccione sorridente di Salmond se il sì dovesse prevalere (cosa che i sondaggi per ora scongiurano, a beneficio degli Unionisti, ma un anno è lungo e molto può ancora cambiare). Quel che colpisce, è la naturalezza di questo (possibile) cambiamento, la mancanza di acrimonia da ambo le parti, il fair play, d’altra parte siamo in Gran Bretagna. Quel che sarà sarà, whatever will be will be…

Entrato, però, da Waterstone, in cerca più che altro di libri fotografici, mi imbatto in un banco seminascosto, dove, al di sotto di un eloquente cartello, “For or Against”, sono allineati i libri a favore della separazione, quelli contro, e quelli, per dir così, “neutrali”. Prova mica da poco della maturità raggiunta da questi bevitori di whisky, tosatori di pecore, inventori di mostri lacustri. Ne compro alcuni e dopo averli letto ne segnalo volentieri uno, di quelli “neutrali”, auspicando che un economista indipendentista ne scriva uno simile per il Veneto (e magari la Lombardia, e la Sardegna, e il Sud Tirolo).

Si tratta di Gavin Mc Crone, “Scottish Independence. Weighing Up the Economics”, con prefazione di Magnus Linklater, 160 pp., 7.99 GBP, Birlinn editore, del giugno 2013. Un libro illuminante, che spiega i pro e i contro di una eventuale separazione della Scozia dalla Gran Bretagna. Solo dal punto di vista economico, che sembra essere quello a cui sono per ora maggiormente sensibili gli scozzesi (e i veneti, e i lombardi, e i catalani, e forse anche i sardi, i quali ultimi solo in apparenza avrebbero da perdere da una eventuale separazione dall’Italia, in quanto non sul semplice residuo fiscale si basa la somma dei benefici ottenibili con la loro indipendenza). Un libro ricco di tabelle e grafici, di uno studioso accreditato sia presso il governo centrale sia presso quello scozzese, Fellow della Royal Society di Edimburgo e per un periodo vice-presidente della medesima. Un uomo di una certa età (il suo primo libro, sui sussidi pubblici all’agricoltura inglese, è del 1962) e di grande esperienza dunque, sia come policy advisor sia come accademico.

Da questo libro si impara ad esempio che le rapine planetarie cui sono sottoposti Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte, da parte dello Stato centrale (e ovviamente la Catalogna) sono lontane anni luce da quel contesto. Non solo la Scozia risulta essere come reddito pro-capite la terza regione britannica, dopo le aree industriali sotto Londra e Londra stessa, ovviamente, che potrebbe essere benissimo, e per certi aspetti lo è, una città-stato come Singapore e Hong Kong, da lei partorite, o come New York (in un certo senso), ma il residuo fiscale scozzese pro-capite è addirittura positiva, nella misura di oltre 1000 sterline annuali. Siamo dunque in un contesto opposto. La Scozia è grandemente beneficiata (per ora) dall’essere parte della Gran Bretagna. La politica redistributiva londinese, assai più oculata di quella italiana (ma ci vuol poco), beneficia grandemente la Scozia, a danno di altre aree più povere di quella. Singolare vicenda.

Aldilà dell’importantissimo fattore storico-identitario, ovvero nazionalistico, però de facto extra-economico, se non (come vorrei precisare in altra sede) anti-economico, dunque, la Scozia potrebbe beneficiare dalla separazione, in termini economici, se si verificano questi due casi: 1. La Scozia mantiene il controllo delle basi estrattive nel Mare del Nord (cosa non pacifica, anzi, per molte di esse); 2. La Scozia prende su di sé la quota parte del debito pubblico britannico per capita, e non per distribuzione di ricchezza regionale. Inoltre, occorre vedere se il prezzo del greggio, ad esempio, sarà o meno sottoposto a pesanti oscillazioni in futuro, e, dal punto di vista finanziario, la Scozia potrà (come fece, ma in contesto storico tutt’affatto diverso, l’Irlanda dal 1922), mantenere come valuta il GBP, o dovrà invece stampare la propria valuta (nel qual caso un debito emesso in una valuta dovrà essere onorato in un’altra), o ancora, entrerà nell’eurozona. Ciò detto, e ponendo ad esempio la situazione in cui le aliquote fiscali saranno notevolmente ribassate nella Scozia libera, si avrà una sorta di concorrenza fiscale potenzialmente benefica, ma anche potenzialmente distruttiva (residenze e trasferimenti di società di comodo), con la confinante Inghilterra.

Insomma, la separazione potrà non essere un gioco a somma zero. Potrebbe essere estremamente complicata nelle sue conseguenze, ma McCrone non suggerisce il mantenimento dello status quo, propone solo questi (e molti altri scenari) per la Scozia libera del futuro. E’ bene sottolinearlo, il libro inquadra bene il referendum come “la decisione di una vita” per gli scozzesi, non lo sottovaluta affatto. Dal 1707 non succede niente di simile nella storia costituzionale inglese. Siamo davanti ad una svolta epocale, sottolineata anche dal fatto che certamente ci vorrebbe almeno un decennio per riavere un referendum simile, e anche da un altro fattore: una volta che gli scozzesi avessero scelto l’indipendenza, non potrebbero facilmente tornare indietro se le cose andassero male, o non come ci si aspettava.

In conclusione, due auguri: che i cittadini scozzesi decidano per il meglio; e che un economista si dedichi alla scrittura di un libro simile per il Veneto o la Lombardia, dove certamente l’elemento del residuo fiscale o piuttosto di una rapina colossale ignota in Albione non è presente. Ma in cui, aldilà di questo troppo sottolineato fattore, vi sono scenari complessi tutti da analizzare.

2 risposte a “Lettera dalla Scozia. Lezioni di libertà, III.”

  1. caterina ha detto:

    ho letto con grande interesse, avendo visitato due volte la Scozia ed avendo anche considerato quanto è diversa dai nostri territori, così complessi, pregni di motivi, situazioni ambientali e sovrapposizioni di avvenimenti ed epoche che hanno lascito tutte traccia di sè. Eppure io credo che l’impatto minore dell’idea dell’indipendenza in Scozia, forse prossima, forse no, sia anche dovuta al fatto che comunque ha sempre conservato una sua moneta, che è vero, aveva corso in territori limitati ma comunque ha contribuito a tener sempre vivo il concetto di identità e separatezza. Credo che le conseguenze economiche saranno valutate con equilibrio, perchè a nessuno dei due vicini converrà la rovina dell’altro, e comunque è pacifica, nota e non oscurata la storia di entrambe le realtà, e perciò elaborata e non motivo di scoperte e voglia di rivalsa, come all’interno di quest’Italia raffazzonata e unita con l’inganno e la forza, che fino a poco tempo fa, fino alla sconsiderata celebrazione posticcia dei suoi 150 anni, ha pensato solo a glorificare se stessa, sempre più impastoiata nelle sue vicende politiche dal regno alla repubblica, ignorando i popoli di cui si è fatta piedestallo e che ha solo sfruttato per reggere ai confronti internazionali, guerre e moneta comprese…Ora non ce la fa più perchè ha ingannato tutti! Annaspa, mentre Inghilterra e Germania programmano e risolvono, e l’ha fatto la Russia, e vedremo se lo farà la Spagna…
    Noi qui, nel Veneto, ci dobbiamo pensare noi a noi stessi e siamo qui sempre a temere qualcuno o qualcosa, perchè troppo oppressi e da troppo tempo sotto il tacco di Roma…
    Mi viene in mente il monumento orribile in faccia al Palazzo Ducale..
    un’Italia incoronata che schiaccia il leone ai suoi piedi, una protervia offensiva e imperdonabile.
    Vedo una Scozia che se diventerà un nuovo stato, sarà sempre unita alla Gran Bretagna ma come due sorelle, una maggiore e una minore che avranno fatto la pace e si rispetteranno.
    Chissà invece noi quanti problemi avremo, ma è certo che non possiamo più rinunciare e neppure rinviare la conquista della nostra sovranità… Sì al Referendum e saremo noi a costruire il nostro futuro,

  2. Vien voglia di farti santa in vita , cara la nostra Supercaterina !

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