Lettera dall’Irlanda. Lezioni di libertà, I

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Di Paolo L. Bernardini

 

s200_paolo_luca.bernardini                Quest’agosto ho avuto modo di viaggiare tra Danimarca, Inghilterra, Scozia e Irlanda. Tutti questi paesi, è bene sottolinearlo da principio, godono di un reddito medio pro-capite, di servizi, e di una qualità della vita superiore, a volte nettamente, rispetto a quello italiano, secondo ogni possibile indice. Dunque ho deciso di render partecipi al mio ritorno gli amici di plebiscito2013, e i lettori numerosi del sito, di alcune mie considerazioni. Dirò subito, molto opportunamente, che non mi sono recato in luoghi esotici, ma in 3 (forse 4 dopo il 18 settembre 2014, ovvero dopo il referendum per l’indipendenza della Scozia) Paesi che sono parti dell’Europa comunitaria, anche se tra di essi solo uno, l’Irlanda, è parte dell’eurozona. Non torno dunque dalla luna, o da qualche remota contrada centrasiatica, e preliminarmente mi scuso se ripeterò cose note.

 

Comincio dall’Irlanda per una ragione semplice. Sia per numero di abitanti, lievemente inferiore rispetto a quelli dell’attuale Veneto, sia per un altro elemento fondamentale, la religione, l’Irlanda si avvicina molto al Veneto, e, se la storia remota la allontana dal Veneto, quella tra Otto e Novecento la avvicina, in una certa misura, alla nostra: il passaggio da una società esclusivamente agricola, e di forti migrazioni, una società fondamentalmente povera ed esposta all’arbitrio della natura e alla stupidità umana della monocoltura (la grande carestia del 1846), che si trasforma, ottenuta l’indipendenza nel 1922, con una guerra, e perfezionata nel 1937 con la costituzione e nel 1944 con la definitiva emancipazione da Londra, in una società industriale e quindi di terziario avanzato.

 

Il 2013 segna due importanti anniversari (anche diversi altri, uno singolare di cui parlerò alla fine): prima di tutto l’entrata dell’Irlanda nella Comunità europea; e anche questo la avvicina ad un Veneto che potrebbe scegliere sia di rimanere nell’EU, sia di rimanere nell’eurozona. Poi, ma si tratta di evento fondamentale, il referendum tenutosi in Irlanda del Nord, il “Border Poll”, cosiddetto, l’8 marzo, e conclusosi con la stragrande maggioranza degli irlandesi del Nord a favore di rimanere parte della Gran Bretagna e non diventare contee della repubblica irlandese. Il referendum per una Scozia indipendenza non è dunque qualcosa di inaudito in un Paese che, pur con tanti limiti e buchi neri (ad esempio gli eventi del “Bloody Sunday”, per rimanere proprio in Irlanda…) dà abbondanti lezioni di democrazia da quasi un secolo a tutto il mondo.

 

La crisi irlandese del 2008, parte della crisi mondiale, ha dato certamente un brusco freno ad una crescita costante più che decennale. C’è voluto, come è noto, l’intervento europeo e dell’IMF, nella misura di ben 90 miliardi di euro, per risollevare il paese. E tuttavia, a guardar le cifre, l’Irlanda non solo riserva ai suoi cittadini un reddito medio pro-capite del 20% maggiore rispetto a quello della media italiana, 40.000 dollari circa contro 30.000, a parità di potere d’acquisto, ma si distingue ancora risultando undicesima nell’Index of Economic Freedom 2013 (dati 2012), dopo gli USA, e prima del Bahrain. La crisi ha dato una bella scossa alla spesa pubblica, e non ostante il debito pubblico rimanga superiore al PIL annuo, il paese si sta riassestando bene, cinque anni dopo il crash. Si sa, è un ambiente adatto a delocalizzazioni e investimenti, con una tassazione sulle società che tocca al massimo il 12.5% — la metà della agognata Carinzia – e una tassazione personale inferiore a quella italiana, anche se non assolutamente bassa. In Europa, gli unici due stati dove la situazione è migliore, per lo IEF, sono la Svizzera, e la Danimarca.

 

Piccolo è bello. Siccome non di solo pane vive l’uomo, mi sono commosso a tornare dopo tanti anni a passeggiare nello splendido Trinity College, che nella mia mente paragono sempre a Columbia University, un campus pieno di verde nel mezzo della città. E mi sono emozionato scoprendo per la prima volta quanto sia bello il campus dello University College di Cork. Certamente, per ora, le università irlandesi, pur di grande tradizione, perdono la sfida con quelle inglesi, o scozzesi. Appare appena nella più recente classifica del THES, al 187° posto, lo University College di Dublino, la vecchia università cattolica voluta e diretta nientemeno che da Newman, ma occorre ricordare che la prima università italiana classificata è Milano-Bicocca, che vagola tra il 250° e il 275° posto. Se non sono pari a Cambridge e Oxford, Cork, e il Trinity, e la National University di Galway, o Maynooth, sono luoghi sereni e belli, dove i giovani se non altro trovano un ambiente favorevole allo studio e alla concentrazione.

 

Gli investimenti dall’estero rimangono alti.  13.1 miliardi di dollari il FDI per il 2012, contro il 29 per l’Italia, ma occorre ricordare che l’Italia ha 60 milioni di abitanti, l’Irlanda 4,5.

 

In ultimo, due considerazioni. Mi commuovevo anni fa, quando, nel 2006 ad esempio, il reddito pro-capite degli irlandesi era intorno ai 45.000 dollari, e per un certo tempo era rimasto più alto, anche se di poco, rispetto a quello americano. Pensavo a quella nazione straziata da una carestia costata forse un milione di morti, decimata, costretta a emigrazioni immani a metà Ottocento, la nazione che costruisce New York nel sangue e nel sudore (ricordate “The Gangs of New York” di Scorsese?), una terra annichilita che dopo un secolo e mezzo rinasce, ora libera, ora indipendente, e batte in un indicatore che molti disprezzano (ma che nella sua ferrea oggettività dice pur qualcosa), il PIL pro-capite, il colosso americano che gli irlandesi (e i veneti, e i piemontesi, e i pugliesi e i siciliani, e i campani e i liguri e naturalmente gli scozzesi) hanno abbondantemente contribuito a costruire.

 

E poi un centenario: Beshoff. Chi era costui? Andate in O’Connell Street, pieno centro di Dublino, e vi troverete il miglior “Fish and Chips” della città, e, se non il migliore, il più famoso e ricercato. Lo creò Ivan Beshoff, un emigrato dalla Russia, nel 1913. Morì a 104 anni, si dice, grazie alla sua dieta (eh eh ma è pesce fritto, permettetemi qualche dubbio, ancorché sia buono!), mentre suo padre era morto a 108 e suo nonno a 115. Sic tradunt. Provate l’haddock (varietà di merluzzo), possibilmente affumicato. Poi fate una passeggiata al Trinity, passato il ponte, tanto per ricordarvi che le università possono anche essere luoghi del genere. Piccoli paradisi.

 

Una replica a “Lettera dall’Irlanda. Lezioni di libertà, I”

  1. INTERESSANTE ARTICOLO ED ANCHE LE OSSERVAZIONI SUE PERSONALI.
    COMPLIMENTI E GRAZIE

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