SINISTRA E SECESSIONE: un piccolo stato è soprattutto a favore del popolo

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Una lettera aperta ai socialisti e comunisti in Veneto, e ai loro rappresentanti politici in Regione e nei Comuni e altrove

s200_paolo_luca.bernardiniA fronte della resistenza ad oltranza che una parte, non tutta, della Sinistra veneta, oppone sia al referendum, sorprendentemente e senza argomenti, sia all’indipendenza, come c’era da aspettarsi ma con argomenti assai deboli, è bene mettere alcune cose in chiaro.

L’opposizione al referendum è priva di argomenti, e dunque non necessita di contro-argomentazioni.

Lo Stato, in un processo di secolarizzazione tanto nefasto e pervicace, quanto, per fortuna, reversibile, e si legga Carlo Lottieri (Credere nello Stato?), è divenuto oggetto di fede cieca, perfino nelle sue incarnazioni assai poco credibili ed anzi leggermente demoniache, come l’Italia, e dunque il “credo quia absurdum”, massima variamente accettata o respinta da Cristianesimo e Buddismo, e probabilmente nata da una cattiva interpretazione di Tertulliano, ben si applica agli adepti del culto tricolore: ma se di un culto verso uno Stato, anzi lo Stato, si tratta, occorre preliminarmente avvertire tali fedeli che anche la Lombardia e il Veneto futuri (ahimè, vorrei dire) saranno Stati, e dunque, come la Storia insegna, se di divinità laiche si ha ancora bisogno, o divinità divine, ovvero vere, la gran madre Cibele è divenuta dolorosamente la Madonna, si sa.

Saliamo però dal piano dei tabù, conditi variamente di mistica e di totalitarismo (“Non vogliamo il referendum!” – ma ci diciamo “democratici”) a quello delle posizioni argomentabili, e dunque contro-argomentabili, oggetto di una possibile discussione.

“Non vogliamo l’indipendenza!”. E’ bene, da subito, chiarire che in qualche modo, nella storia italiana almeno, l’indipendentismo libertario, ben rappresentato dal giornale “L’indipendenza”, poi da parte di IV, da diversi altri movimenti e soprattutto teorici, dal limpido testo di Luca Schenato “Veneto è chi il Veneto fa”, è un’anomalia e una creazione recente.

L’indipendentismo si è da sempre legato in Italia, storicamente, ad una sinistra di varia estrazione, che non si è rassegnata al matrimonio d’interesse tra grande capitale (anche latifondistico) e monarchia sabauda, che proletarizza vergognosamente prima il Regno delle due Sicilie, poi l’ex Lombardo-Veneto, i quali reagiscono debitamente ma disordinatamente, prima con i Fasci Siciliani a partire dal 1891, e via con le stragi di Crispi, poi con il maggio di sangue del 1898 milanese, e giù con altro sangue, in un’orgia di eccessi tragici e ridicoli che comprende l’assalto con il cannone ad un convento di cappuccini da parte delle truppe di Bava Beccaris.

Quanta percentuale di indipendentismo, o desiderio di autonomia, vi era nei Fasci siciliani, piuttosto che nelle latenti (ma spesso esplose) ribellioni sarde, negli scritti di Tuveri e Asproni, grandi personaggi sardi, piuttosto che nei socialisti turatiani che diedero vita al maggio milanese?

La questione dell’indipendentismo sardo, fino ad oggi, si badi bene, è intimamente legata al socialismo, e fin da tempi remoti, da fine Settecento (prima che il socialismo nascesse come ideologia). Per tutto l’Ottocento, poi, le politiche sabaude andarono in direzione anticontadina, a partire dall’editto di Vittorio Emanuele I (che pure considero, per la sua feroce avversione a Napoleone, l’ultimo Savoia con qualche dignità), che nel 1820 abolì gli spazi agricoli e i terreni comuni, fondamento della società rurale sarda. Nel 1847 vi fu l’Unione Perfetta, con l’estensione del diritto sabaudo a tutto il territorio sardo. Fu l’inizio della meridionalizzazione della Sardegna. Per ritrovare qualche ricchezza, occorrerà aspettare l’Aga Khan e l’invenzione del turismo.

Non vi era forse una componente, e non piccola, di socialismo rivoluzionario nello stesso MIS, attivo in Sicilia dal 1943 al 1951, rappresentata soprattutto da Antonio Canepa, ucciso in un conflitto a fuoco con i Carabinieri a Randazzo il 17 giugno 1945, autore, con lo pseudonimo di Mario Turri, nel 1942, del pamphlet, di gran successo, “La Sicilia ai Siciliani!”, in cui egli si opponeva non solo all’Italia sabauda, ovviamente, ma anche all’indipendentismo dei grandi proprietari e dei mafiosi (alcuni, non tutti)?

Tra le vittime dell’espansione sabauda, lo sappiamo, non vi furono solo i federalisti alla Cattaneo, ma anche, e soprattutto, i mazziniani. Le pagine di Gramsci sul Risorgimento sono ancora illuminanti, ma sembra essere una luce che non viene accesa tra chi si professa erede di comunismo e socialismo. L’estremo abuso del popolo che lo sciagurato dominio sabaudo impose ed esercitò fu la prima guerra mondiale. Gli storici che ancora l’esaltano come “momento di formazione della coscienza nazionale”, dovrebbero, essi stessi, farsi un profondo esame di coscienza.

Per scendere nel presente: è forse un liberale classico Salmond, leader dello SNP? E’ forse liberale classica la base dell’indipendentismo catalano? Mi pare piuttosto che si inclini, per rimaner leggero, verso, diciamo così, la socialdemocrazia, con puntate nel comunismo.

Uno studio sistematico delle inclinazioni politiche dell’indipendentismo mondiale, mi azzardo a dire, mostrerebbe probabilmente il prevalere di un indipendentismo socialista.

E dunque, scendiamo nel presente. Luglio 2013. Appena lasciato Abano, un manifesto del PD Veneto.– Noi siamo la “somma”, e non la “divisione”–. Dice così. Contro l’indipendenza, immagino. Qualche giorno prima ad Abano avevo presentato plebiscito2013. Uscendo di casa però la locandina de “Il mattino” diceva: “Non trova lavoro, si uccide a 45 anni”. A quest’uomo, o questa donna, cari signori del PD, evidentemente i conti non tornavano più.

Ma finalmente, se questa catena di suicidi e di disastri economici non vi basta, vi formulo, molto modestamente, una piccola previsione, per quanto gli storici abbiano solo una sfera di cristallo che guarda nel passato, quella per il futuro non possono permettersela.

La Grecia, per ottenere 7 miliardi dalla UE, licenzierà 25.000 dipendenti pubblici. Economisti poco addentro alle dinamiche della Storia – tali licenziamenti di massa provocheranno pesanti disordini – auspicano per “salvare l’Italia”, il taglio del 10, o 15% dei dipendenti pubblici. Quando 500.000 dipendenti pubblici italiani– il bacino dei voti del PD, mi pare, dal momento che il socialismo si è manifestamente trasformato in difesa della rendita di posizione e del posto fisso – verranno licenziati, mettendo in crisi un milione e mezzo di persone, credo che qualche disordine avverrà anche qui.

Ma soprattutto credo fermamente una cosa. I tagli li subiranno, ANCHE NEL PUBBLICO, le Regioni considerate “ricche”, e dunque, i licenziamenti avverranno soprattutto in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, le quattro regioni che mantengono la baracca. Sono anche le regioni che hanno meno dipendenti pubblici. “Non vorremo mica punire il derelitto Sud?”, si dirà in Parlamento.

Cari Signore e Signori del PD, non vi chiedo di conoscere Gramsci, “il Risorgimento è una rivoluzione mancata” o quanto scriveva sugli eccidi di poveracci al Sud, o i suoi eredi, come Antonio Pigliaru, ma vi chiedo coerenza. Non scendete nelle piazze per i 25.000 dipendenti pubblici greci che hanno perso il posto? Dove è finito l’universalismo socialista? Quando licenzieranno i dipendenti pubblici veneti in misura assai maggiore di quelli del Meridione, scenderete in piazza? E contro chi? Contro i vostri stessi rappresentanti a Roma e a Bruxelles?

Mi dispiace per voi, ma se vi renderete consapevoli di questo, mi farà piacere: il Veneto indipendente, con le proprie risorse, risparmierà l’eccidio ANCHE dei dipendenti pubblici nel Veneto. Per cui evidentemente lottate, se no scendereste in piazza per i “proletari di tutto il mondo”, come diceva qualcuno che dovreste vagamente conoscere, Carlo Marx, il quale peraltro pensava all’estinzione futura dello Stato, e non al suo trionfo liberticida, che voi oggi omaggiate.

L’indipendenza del Veneto potrebbe consentire ai dipendenti pubblici veneti e del Veneto di continuare a vivere e risparmiare la miseria a migliaia di famiglie che da essi dipendono.

La lama della ghigliottina statalista e centralista sta per cadere sulle loro teste, dopo aver falcidiato il tessuto produttivo: perché il tessuto produttivo mantiene, esso SOLTANTO, il tessuto parassitario per natura dell’impiego pubblico, vi hanno insegnato il contrario, ma VI ASSICURO, lo Stato CONSUMA ricchezza, non la PRODUCE. Per ogni impresa privata che chiude si alza nel cielo una schiera di demoni che andrà a far la festa ai professori e ai burocrati, ai medici ospedalieri e agli infermieri, ai funzionari e agli impiegati pubblici. I morti privati divengono demoni distruttori dei pubblici ancor vivi.

Verranno sostituiti magari da immigrati che si accontenteranno di salari più bassi, molto più bassi, e la macchina centralistica dello Stato andrà avanti ancora un po’, prima della morte certa. Oppure proprio da partner privati, o da precari eterni ricattati odiosamente dal sistema pubblico che li ha creati.

Pensate a tutto questo, Consiglieri regionali di sinistra, il giorno che voterete per il referendum.

Paolo L. Bernardini

7 risposte a “SINISTRA E SECESSIONE: un piccolo stato è soprattutto a favore del popolo”

  1. Simone Martini ha detto:

    Un plauso sentito. Quest’articolo è diretto, semplice e allo stesso tempo profondo e ricco di significati che inconsciamente i vari popoli italici si portano dentro. Non ho mai creduto alla favolo dell’unità d’italia, mai e gli ultimi 50 anni rafforzano il mio credo.

    L’unità di questo paese ha lo stesso valore della divisione della nazioni africane, tirate col righello sulla cartina dai vari colonizzatori. E allo stesso modo provoca differenze e problematiche sociali. E’ ora che la penisola riprenda la sua vera natura, fatta di molte identità diverse, che hanno necessità diverse.

  2. FabrizioC ha detto:

    Concordo,non fatevi complici del depauperimento e latrocino dell’Italia, ma siate quello per cui siete stati eletti:rappresentanti del popolo Veneto !

  3. ROBERTO ROMAN ha detto:

    Caro Prof Bernardini, Lei ha centrato il problema. Secondo le statistiche di I.V. si rileva proprio che è l’elettorato di sinistra che ci manca per diventare indipendenti numericamente. Come in Catalogna fa il 45% e la sinistra indipendentista il 25%, così penso sia anche per il Veneto. Le giro una mail che ho inviato a morosin prima della sfortunata serata di Noale, in modo che faccia suo, qualche spunto riguardo un importante amnistia di cittadinanza in vista del referendum.; Buon giorno Avv. Alessio Morosin. Io ho un cruccio che vorrei sollevarle, in quanto l’argomento non è mai stato preso in considerazione finora, e quando ho posto una domanda in merito all’avv. cantarutti in una serata a limena, questi ha risposto in modo francamente un po’ imbarazzante. Si tratta del problema in una futura Nuova Repubblica Veneta degli immigrati residenti oggi provenienti sia dalla penisola italica (es. meridionali) sia dall’estero (es. rumeni). Dal momento che oggi costituiscono entrambi una quota sostanziale del tessuto sociale veneto (io per esempio ho sposato una sarda), e che molti di loro andranno a votare il referendum indipendentista (anche se avranno molti parenti e figli che non lo potranno fare pur avendo qui la loro residenza), come possiamo noi prevedere di comportarci con loro (vorrei una posizione Ufficiale, non democristiana come quella leghista), così come mi chiedeva una mia cliente rumena indipendentista ed un’altra amica zingara Sinti Veronese, anch’essa indipendentista? Non sarebbe opportuno cogliere la palla al balzo, prima che la questione si allarghi, prevedendo fin d’ora (e con un evidente successo di consensi tra questi gruppi che attualmente vivono e lavorano in Veneto) prevedendo un Condono di cittadinanza tombale dando a loro ed ai loro familiari che hanno residenza in veneto al momento del voto referendario la doppia cittadinanza ? Pensi un po’ alla pubblicità positiva verso la parte dell’elettorato di sinistra veneto (dove come da vs sondaggi possiamo crescere moltissimo) ed accontentare anche l’elettorato di centro destra grazie alla sanatoria unica ed irripetibile, in vista di un adeguamento della immigrazione al sistema svizzero od australiano, per esempio ? la ringrazio fin d’ora della cortese risposta e spero sinceramente che ne farà breve menzione anche nel suo intervento di giovedì 11 a noale. Cordiali saluti e WSM ! Roberto Roman

    • caterina ha detto:

      non so quale sia stata la risposta di Cantarutti o di Morosin illustri ideatori e promotori dell’indipendenza del Veneto… io credo che quanto Lei propone oggi potrebbe sembrare una provocazione come lo sono state con finalità elettorali analoghe proposte fatte dai partiti italiani desiderosi di attirare voti, ma sarà sicuramente un argomento importante da affrontare domani, cioè quando saremo uno stato indipendente che potrà valutare efficacemente la volontà e il diritto di accedere alla cittadinanza a tutti coloro che vivono, operano e desiderano radicarsi nel nostro territorio, in linea col principio proclamato da sempre da IV: “veneto è chi veneto fa”.
      Ma questo in futuro, non adesso sennò non ne veniamo fuori!
      Oggi come oggi saranno chiamati al referendum tutti quelli che di solito votano in Veneto, indipendentemente dalla provenienza, e il problema che Lei solleva, ed è sacsrosanto, troverà sicuramente una equa soluzione appena a decidere sarà il nuovo stato che speriamo di formare a breve, ed è certo che non verrà trascinato all’infinito perchè più piccolo è lo stato più facile sarà decidere nel rispetto dei diritti di quanti ci vivono.

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