Terre di San Marco

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ecocity-topper1Ora viaggio più spesso nella penisola italica. Di solito, come molti veneti, raggiungo le coste calabresi o pugliesi in aereo. Da quando hanno ottenuto l’indipendenza stanno vivendo un boom turistico: finalmente liberi dal monopolio di Alitalia, adesso i loro aeroportini balneari pullulano di linee aeree low-cost. Questi anni ’20 appartengono alla Repubblica del “Mezzogiorno” (come a tanti piace soprannominarla). Hanno abbassato la pressione fiscale, ed ora, oltre a hotel e ristorantini, vedono fiorire anche un centro finanziario orientato verso lo sviluppo del Nord Africa. Il crimine organizzato, ramificatosi in queste terre solo dopo l’arrivo di Garibaldi, con il tracollo dello stato Italia adesso ha meno possibilità di sopravvivenza.

Questa volta però sto tornando da sotto gli Appennini in macchina, perchè dovevo solo andare fino a Firenze a trovare mia cugina. Lo so, con la recente guerra dei prezzi tra San Marco Railways e Ferrovie Toscane conviene di gran lunga prendere il treno. Però volevo collaudare la mia nuova automobile, se così si può ancora chiamare. Di queste nuove tecnologie non ci capisco niente, ma mentre ascolto il silenzio di questo “motore” (o batteria? boh), ricordo gli ultimi anni prima dell’autosufficenza energetica. Adesso sono in viaggio di ritorno e all’orizzonte si intravvedono già le centrali nucleari del Polesine. E’ stato l’ultimo regalo del centralismo romano, ma sono durate poco perchè le abbiamo prontamente chiuse. Non solo non aveva senso averle in una terra con la stessa densità demografica di Los Angeles (per quanto sicure, per carità), ma con lo sviluppo tecnologico delle fonti di energia alternativa ora ogni casa si alimenta da sè. Semplicemente non conviene più comprare da una centrale basata su energia dell’altro secolo. Oggi tante abitazioni addirittura vendono l’elettricità accumulata in eccesso da pannelli ed altre risorse domestiche.

Non vedo ancora il Po e mi arriva il solito SMS. Lo detesto, mi rovina la poesia. Leggo: “Benvenuti in Vodafone Veneto!” Ma io voglio essere accolto da quel nuovo Leone posizionato appena dopo il Po… eccolo! Non essendoci dogane questa nuova statua è l’unico riferimento che mi fà esclamare “Terre di San Marco”, finalmente a casa. A dire il vero ne ho ancora un po’ di strada da fare, ma appena passato il traffico di Rovigo potrò di nuovo accellerare. Anche senza gli odiati caselli (il telepass autostradale è lo standard su ogni cruscotto) Rovigo è diventato un ingorgo. Come provincia autonoma secondo me hanno esagerato eliminando completamente l’IVA. Hanno voluto fare come lo stato del Delaware in USA, e adesso sono pieni di centri commerciali affollati di emiliani. Non potevano tenere l’IVA perlomeno al 5-10% come le altre province venete? Esagerati.

Purtroppo devo fare un salto a Padova prima di rincasare. Mi sento sempre a disagio quando mi tocca parlare all’università patavina. Adesso che è tra le top 10 mondiali in ogni materia, non mi sento proprio all’altezza. Le stesse multinazionali venete investono pesantemente sulla ricerca, che sia nanotecnologia, informatica o medicina. Fossero solo gli studenti e giovani professori veneti ad intimidirmi, ma c’è anche la crema dell’accademia cinese, indiana e americana che bazzica nei nostri campus. Non mi sento ancora vecchio, ma solo obsoleto. Ogni tanto mi chiamano per una presentazione. Sì, sono una curiosità, uno di quei pochi matti che anni fa ci hanno creduto: vengono ad ascoltare uno del vecchio PNV, ve lo ricordate? Io parlo, ma vedo che a questi ragazzi interessa poco la mia descrizione su come era una volta, sulle avventure di un partito che non c’è più.

Una volta eravamo solo dei simpatici idealisti, per quanto ci sforzavamo a spiegare con i conti alla mano che le risorse le avevamo già tutte sia per abbassare le tasse che per aumentare i servizi. Non erano promesse elettorali, era aritmetica, insistevamo. Fiutavamo il cambiamento storico, l’Europa che cambiava e si scrollava di dosso gli enormi e obsoleti stati nazionali ottocenteschi. L’indipendenza era l’unica riforma da fare, un percorso legale, tutelato dall’Unione Europea, già fatto in Montenegro nel 2006, in Groenlandia nel 2009, e poi a ruota in Scozia e Catalogna.

Ora invece siamo dei pallosi che cercano di spiegare alle nuove generazioni di come era una volta. Lo danno per scontato, non possono capire non avendo vissuto sotto il tacco di uno stato chiuso e provinciale come era la Repubblica Italiana. La minestra televisiva di una volta non l’hanno mai assaggiata, beati loro. Ora nel telecomando hanno il mondo intero, e sono più vicini a Hong Kong e Los Angeles che a Roma e Milano. Il teatrino romano che assorbiva il dopocena di tante famiglie non sanno nemmeno cosa fosse. Per chi studia storia oggi è una cosa normale che un popolo indipendente per secoli con la Serenissima, sia nuovamente indipendente. L’Italia è stata una parentesi, una peculiarità dell’epoca guerrafondaia e protezionista.

Questo è il retaggio di ciò che fu il PNV. Dati per sognatori dalla vecchia generazione di demoralizzati, e dati per scontati dalla nuova generazione che ruggisce. Va beh, in fondo l’indipendenza si è ingranata da sola. Forse possiamo dire di aver innescato una scintilla, ma tutto sommato è stato un cambiamento storico per tutta l’Europa. E’ avvenuto tutto così velocemente, come con il muro di Berlino. Guardando con prospettiva è stato un percorso inevitabile, ed è toccato alla mia generazione condurci verso la libertà. Ho avuto la fortuna di essere anch’io nella folla a Piazza San Marco a festeggiare l’esito positivo del referendum. Un risultato che solo un anno prima pareva pura utopia.

Adesso sono stanco, ma anche questa sera rincaso fischiettando. Vedo tutti questi veneti che lavorano con soddisfazione. I suicidi degli imprenditori di dieci anni fa sono un incubo del passato. Togliere le prospettive di lavoro ad un veneto era come togliere l’onore ad un giapponese. L’Italia ci aveva proprio messo in ginocchio. Ora i nostri dipendenti hanno la media di stipendio più alta in Europa. La loro pensione è assicurata perchè ogni versamento è contabilizzato individualmente, non come il buco nero delle pensioni italiche. Ma soprattutto la sanità è tornata ad essere l’orgoglio veneto. Ogni ospedale è gestito localmente senza baroni politici e con tanta più meritocrazia tra dottori e infermieri. La differenza si vede.

Na roba a go da dir la xe gualiva. Se parla ncora la nostra bela léngoa. Bon basta so straco e salto in leto. Note Bona.

Lodovico Pizzati
indipendentista veneto
17 Marzo 2020

Tratto dall’originale pubblicato su www.pnveneto.org.

3 risposte a “Terre di San Marco”

  1. lodovico ha detto:

    Questa e’ la versione del 17 marzo 2010, ma a dire il vero l’originale di questo post era del 23 luglio 2008: http://www.pnveneto.org/2008/07/venetia-2022/

  2. Giovanni Chiampesan ha detto:

    Bellissimo!

  3. caterina ha detto:

    bel racconto!
    l’ho mandato ai miei amici del sud sempre tesi a rivendicare giustamente la loro storia ante ma senza idee concrete sul come cambiare direzione… se ci riuscissimo noi nel Veneto, capirebbero che si può, anzi alla fine saranno costretti…

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