Treviso, 11 luglio 1509 e 23 novembre 2013.

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Il sacro diritto del popolo di scegliere libertà e felicità nei momenti cruciali della Storia

Di Paolo L. Bernardini

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Sono molto lieto che la mia poesia dedicata alla giornata di Treviso, memorabile per tanti aspetti, abbia suscitato l’interesse ed il plauso – i poeti sono per natura un poco vanitosi – dei lettori di plebiscito2013, di facebook e quant’altro. E allora vorrei puntualizzare meglio il mio discorso con un riferimento più preciso, ripreso da un mio articolo di 4 anni fa circa, sul significato, o meglio uno dei significati della poesia.

Siamo nella prima fase (1509-1510) della guerra, o meglio delle guerre (1509-1517) scatenate dalla Lega di Cambrai (1508-1510): l’Europa tutta, guidata da un papa che non aveva esitato a scomunicare la Serenissima, sogna di fare a pezzi la repubblica e dividersela in parti diseguali (a seconda dell’appetito dell’invasore e dei suoi interessi immediati: i Savoia si sarebbe accontentati di Cipro, allora, Carlo III era sovrano assai più accorto di Vittorio Emanuele II, ma i Savoia sono esempio di degenerazione progressiva di una dinastia).

Giulio II non ama Venezia, l’Imperatore Massimiliano I, neoeletto, meno che meno. La avversano Francia e Spagna, è cresciuta troppo, nel Quattrocento, il secolo più corrusco e vivo, per me, della repubblica marciana. In poco tempo i territori di Terraferma cadono tutti, o pacificamente s’arrendono alle forze congiunte di una lega impressionante militarmente e politicamente, anche se internamente fragile, in realtà.

Eppure, tra la tarda primavera e l’estate, il Leone mostra bene di poter reagire, coll’armi prima che con la diplomazia – questo lo farà dopo, e magistralmente, tanto che fu quest’ultima a farle vincere la guerra – e pian piano riprende i territori subitamente perduti. Operazioni politiche e militari certo, con un uomo eccezionale, Andrea Gritti, avventuriero alla Sublime Porta e poi doge, su cui bellissime pagine scrissero, tra gli altri, Ennio Concina e Alvise Zorzi. Un uomo che riprese Padova il 17 luglio, che terminò la riconquista tra autunno e inverno: strappando alla lega Vicenza, Feltre, Belluno, Bassano e il Polesine. Il suo dogato fu per tanti aspetti mirabile. Si sa, la guerra terminò solo nel 1517, la situazione fu riportata esattamente o quasi allo status quo ante 1508. La Lega di Cambrai si sciolse nel 1510, seguirono nuove leghe e clamorosi rovesciamenti di alleanze. Giulio II si alleò con la Serenissima. E quest’ultima in una fase successiva con la Francia. Alla fine della guerra Venezia si “modernizzò” in senso centralistico, anche troppo. Le tasse variarono e aumentò il controllo della capitale sulla Terraferma. Lo racconta un libro non recente ma neanche datato di Giuseppe del Torre, storico veneziano, purtroppo prematuramente scomparso.

Ma vorrei sottolineare ora e qui un episodio, che la dice lunga sul legame tra i sudditi della Serenissima e il loro governo. E sul significato della scelta popolare, che proprio noi, ora, con i nuovi mezzi della tecnologia, rispolveriamo con il nostro fondamentale plebiscito digitale.

Mentre i maggiorenti trevigiani avevano deciso di arrendersi all’Impero, il popolo di Treviso coraggiosamente insorse, a più riprese, inneggiando a Marco l’evangelista, ribadendo la fedeltà alla repubblica, e quasi protestando l‘aderenza alla vera fede quando lumeggiava già, timidamente, e inavvertita ancora, la grande Riforma luterana, che esplose proprio l’anno della fine delle guerre. Insorse il trevigiano l’11 luglio. Ma già fondamentale fu l’insorgenza del 10 giugno. Treviso si conquistò così l’appoggio militare decisivo di Venezia, e anche un’esenzione da tributi per tre lustri. Ora, si ricordano spesso le insorgenze contro Napoleone, le Pasque veronesi, le insorgenze del 1796-7 e quelle fondamentali del 1809: ma furono insurrezioni purtroppo destinate a cattiva sorte. Non così 504 anni fa.

Il popolo stava con Venezia, e vinse. Non è fuori luogo ricordarlo. Sia perché alcuni storici ritengono fondamentali solo l’azione bellica e quella diplomatica per il decennio di assedio della Lega di Cambrai e della Lega Santa. Ma soprattutto perché è bene rammentare, ogni tanto, il legame speciale, felice, viscerale, del popolo veneto coi suoi reggitori. Col governo, per cui rischiarono e diedero la vita i trevigiani quel lontano 11 luglio 1509. Cinquecento anni fa appunto, “mezzo millennio”. Poi l’inverno impietoso pose fine all’assedio del generale La Palice, noto al mondo per il modo di dire “lapalissiano”, una storia singolare che invito a scoprire su wikipedia. E questo lo racconto nella mia poesia.

Nei momenti cruciali della Storia di un paese è ad una svolta naturale (insieme a quella del mondo, vorrei dire), nei momenti in cui il peso di 150 anni o quasi di servaggio italiano si sentono, in cui una colonia è decisamente stanca di essere tale, in cui la vacca da mungere è ormai talmente munta da esser smunta, e consunta dal suo stesso mungitore, che il latte se esce è poco e acido, a danno sia dell’avido mungitore, sia soprattutto del popolo veneto stesso, è ora di chiamare il popolo a decidere.

I reggitori di Treviso nel 1509 si sarebbero accontentati di un bel tradimento. Ecco che secondo i piani iniziali Massimiliano I – alleato della Francia di Luigi XII, che pose effettivamente l’assedio a Treviso – avrebbe dovuto prendersi il Veneto e Venezia in blocco alla fine della guerra della Lega di Cambrai. L’Austria in effetti 292 anni dopo si prenderà Venezia e il Veneto grazie all’aiuto, di nuovo della Francia, e di molti traditori, molte serpi nel seno di un leone ormai oggettivamente anziano. Ma quel giorno di luglio il popolo – che chi non lo ama chiama bue – seppe dimostrarsi leone. Nel 1509 il leone era un ragazzo di circa 900 anni!

Ci sono momenti in cui il popolo deve dire la propria. La democrazia è criticabile come forma di governo nella sua forma degenerata, quella rappresentativa, un inganno supremo soprattutto come pratica ora. Ma la volontà del popolo – e la sua affermazione anche forte, anche decisa – in momenti epocali, è necessaria. E se i reggitori non chiedono al popolo di esprimere la propria volontà, esso lo farà prima o poi da solo.

La libertà è un bene prezioso per lasciarla ai privilegiati che la vorrebbero barattare, a spese di tutti, con nuovi e altri privilegi. Per questo, in alcuni momenti della Storia, la parola del popolo è Sacra.

Paolo L. Bernardini

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